Desert Ride Blues

Desert Ride Blues

Buongiorno Folkriders

Se siete un po’ nerd come noi, e vi divertite in giochi di associazioni tra elementi apparentemente inconciliabili, vi appassionerete senza dubbio all’esercizio che stiamo per fare.

Proviamo a pensare alle discipline della bicicletta, semplificando anche un po’ per ovvie ragioni. Strada, MTB Endurance (comprendendovi Marathon ed XC), MTB Gravity (anche qui, considerando in sintesi Enduro e Downhill), BMX e Gravel. Se come noi amate perdervi nell’universo dei generi e sottogeneri musicali, attingendo a Wikipedia o consumando video a tema su Youtube, non potrete non pensare che ogni disciplina citata possa essere rappresentata, in via molto pertinente, da differenti declinazioni del rock e del pop.

Consideriamo ad esempio l’MTB Gravity: disciplina tosta, non per tutti, imperniata sull’adrenalina, i riflessi, la sfida continua al limite, la guida ed i tracciati estremi.  In un ipotetico video promozionale, un carosello di immagini che debba riassumerne in tre minuti l’essenza, quanto ci starebbe bene una colonna sonora a base di speed metal? Secondo noi, moltissimo: chitarre che macinano riff velocissimi e terremotanti, batterie che costruiscono un muro sonico in sedicesimi, voci graffianti e dirette, e melodie quanto basta. Cosa meglio di una galoppata sulla corda del Mi basso, con un palm muting serrato a produrre quell’effetto crudo, grattato, per accompagnare un passaggio tecnico su un trail di rocce e radici?

Se osserviamo un certo modo di andare in bicicletta – e di conseguenza i riders che lo praticano – ci vengono alla mente gli Iron Maiden e i Metallica!

Oppure, prendiamo la BMX: fatta per dominare negli skatepark posizionati a pochi passi dal mare, insieme agli amici, oppure per le strade, saltando ostacoli che non dovrebbero essere tali, macinando trick su trick ed ancora trick, in pomeriggi infiniti, in scorribande senza limiti, dove un’ora dura un secolo ma sa di eternità.

Non ce ne vogliano gli appassionati di hip/hop, che con la BMX ed i cosiddetti action sport hanno sempre avuto un buon rapporto, ma siamo onesti: quale rider non ha mai chiuso un bunny hop o un tailwhip con nelle cuffie – o nella mente – una bella hit pop-punk anni ’90 e 2000?

Certamente chi di noi era adolescente in quegli anni non faticherà a riconoscersi in tutto questo, memore anche dei videogiochi che spopolavano all’epoca, che in copertina mettevano professionisti di spicco, come ad esempio Matt Hoffman o Dave Mirra, e come soundtrack proponevano – per citarne solo alcuni – MxPX, Pulley, Bad Religion, Pennwise, NoFX, Social Distortion.  Erano quelli i compiti pomeridiani, in attesa di andare a provare tutto fuori di casa.

Quando eri a saltare davanti alla Stazione Centrale a Milano, ma la California la si sentiva lì a due passi.  Ogni rider millenial può confermarlo, almeno speriamo!

Sul ciclismo su strada, le combinazioni possono essere fin troppe: talvolta solitario ed affranto come un blues acustico, talvolta struggente ed epico come la più elaborata composizione di rock sinfonico, talvolta roboante ed aggressivo come un pezzo di hard rock tirato. Potremmo fare lo stesso ragionamento applicato alle corse più famose: pop raffinato e formale per il Tour De France – ma Gianni Mura protesterebbe, lui che amava gli chansonnier francesi! - Beat anni ’60, classico ma un po’ ancorato ad antica gloria, per il Giro D’Italia; Surf rock brioso, frizzante, scintillante, intriso di salsedine per la Milano-Sanremo. E per la Parigi Roubaix lasciamo a voi la scelta!

Poi c’è il gravel. 

Ed il nostro gioco qui diventa ancora più divertente. Perché se il gravel è un caleidoscopio di asfalto, polvere, sabbia e sassi, se è un pendolo che oscilla irrequieto tra strada e sterrato, una filosofia da cicloidealisti od un approccio tecnico da esperti della bike industry, un niente che sa farsi tutto e viceversa, allora bisogna essere accurati nella scelta.

Ci vuole una musica che sappia unire bene questi ingredienti.  Che restituisca degnamente queste atmosfere che si susseguono in lunghe diapositive, quale fossero i fotogrammi di un viaggio interplanetario.

Perché è la realtà della nostra epoca: la Luna e Marte si avvicinano sempre più, quasi si possano toccare con mano quelle superfici, ora grigio metalliche, alcaline, dal cuore di cristallo come i graniti lunari, ora rosse sulfuree come la più arida delle pianure desertiche. Con il gravel, ti sembra più che mai di poterci mettere davvero sopra le ruote, su tutto questo. Magari nello stesso giro, nello spazio di poche pedalate.

Deserti cosmici, aridi e rarefatti, atmosfere e percorsi dilatati, ai limiti del lisergico.

Ecco l’ambientazione in cui vediamo muoversi il mondo gravel.

C’è una musica che possa evocarla a dovere? C’è un suono che sintetizzi tutto questo?

Per offrirvi la nostra risposta, noi di Trovador dobbiamo, per un momento, assumere il ruolo di alchimisti. Selezionare gli elementi base che compongono un formulato complesso. Vedere come interagiscono tra loro, misurare quanta energia sprigionano, perché si, stiamo sicuramente parlando di una reazione esotermica.

Andare ad analizzare questi elementi in natura, estrapolarli dai loro contesti di partenza, vedere come mutano e come si adattano in questo amalgama che abbiamo in mente.

La metafora è chiara, dobbiamo attingere ad un po’ di fonti diverse, partendo da un presupposto però inconfutabile: il gravel nella sua essenza, è profondamente rock. C’è energia, libertà, adrenalina, ribellione alle canonizzazioni tipiche. Ma il rock è un mondo variegato, multiforme. Ed è qui che entra in scena l’alchimia.

Prendiamo, per cominciare, l’atlante geografico, abbiamo parlato di deserti lunari, spazi sconfinati, superfici solfuree. Un identikit piuttosto ben definito, che possiamo ritrovare con facilità – indovinate un po’ – nella cara vecchia California. Ma attenzione; non parliamo di quella oceanica, surfistica, hollywoodiana che molti di noi hanno in mente. Qui, anzi, il glamour patinato non trova posto.

La California che consideriamo in questo senso è quella dell’entroterra, quella che già profuma di Arizona e di Nevada, di lingue d’asfalto che si fanno spazio tra pianure di fuoco, delle scenografie che molti di noi, in Italia, hanno conosciuto magari da bambini, leggendo i fumetti di Tex.

Quella dove il silenzio si insinua imperioso tra la calura spietata e l’aridità degli orizzonti illimitati, ora a rappresentare speranza, ora a significare sfida, ma sempre e comunque a conferire quell’aura di infinito.
Solo un suono domina questo silenzio. Solo un suono lo conquista.

Quello dello Stoner Rock.

Che da quelle parti, guarda caso, chiamano anche Desert Rock.

Che è, secondo noi, l’alchimia perfetta di cui parlavamo in precedenza.

Cosa sia, in termini riassuntivi, questo Stoner Rock, possiamo tutti vederlo facilmente in rete. Vi diranno che è un genere musicale che, sostanzialmente, combina la lezione heavy metal dei Black Sabbath, il blues più sgraziato e pesante, con tonnellate di psichedelia tipicamente anni ’70. Aggiungete una dose di riff hard rock, voci stranianti che spesso sembrano provenire da una strana curvatura spazio-tempo, trame strumentali essenzialmente semplici ma mastodontiche nel proprio incedere. Qualche accelerazione punk quando necessario, per completare la miscela.

Una musica nella quale è facile, piacevole, abbandonarsi. Alleggerirsi. Avvolgente ed ipnotica. Senza limiti – i pezzi spesso sono molto lunghi – ma capace di colpire duro, preciso, quando serve.

Una musica che ispira a lasciare il tragitto su asfalto, delicatamente introdotto da arpeggi di chitarra alienanti, per sfuriare in rapida sequenza su un sentiero sporco, nervoso, incandescente. Su cui cambiare marcia. Su cui cambiare suono. Spingere sui pedali della bicicletta diventa quindi spingere sul pedale del distorsore della chitarra, che in questo genere può essere uno solo

Il Fuzz.

Un ronzio profondo, sordo, caldissimo, ad altissimo numero di ottani, un suono che richiama le elevatissime temperature dei cilindri iridescenti di un motore V8. Come se tutto, in quelle lande desolate, stia per sciogliersi, liquefarsi sotto il sole cocente, in un mix indistinguibile tra bitume e terra rossa, tra sabbia e cemento.

Ascoltate, ad esempio, l’album In Search Of dei californiani Fu Manchu, e diteci se la chitarra non vi sembri corrispondere a tale descrizione.

Ma se volete una sintesi quasi accademica dello Stoner Rock, il disco di riferimento è certamente Blues for The Red Sun dei Kyuss. Che vengono da Palm Desert, California. E che con quell’album, quella copertina, quel titolo e quei brani, nel 1992 fissarono le coordinate del genere di cui vi stiamo parlando.

Lì dentro c’è un manifesto. Ma c’è anche, se leggete con i nostri occhi, una musica profondamente gravel. Non strabordante di virtuosismi. Non pulita né preconfezionata. Compatta, imperiosa, istintiva, allergica alle omologazioni, ai percorsi già tracciati. Capace di condurre il musicista, l’ascoltatore, ma soprattutto il rider, in un viaggio trans dimensionale, nel corpo ma anche nella mente.

Il Gravel, per noi, ha la stessa bollente potenza dello Stoner Rock. La stessa anima sognante, a volte sofferta, a volte granitica, sempre pronta a trasportare e lasciarsi trasportare, a prezzo di piccoli colpi di manubrio - o di riff hard-blues distorti e riverberati- verso ogni destinazione vi sia al di là dell’orizzonte. Anche se non siamo in grado di vederla.

Una bicicletta Gravel è una chitarra Fuzz.

Un giro Gravel è un brano Stoner.

Entrambe le frasi sono valide anche invertite.

Entrambe le frasi sono valide ovunque, sia nel deserto della California, sia su una strada bianca dell’entroterra toscano. O un singletrack nei boschi della provincia comasca. Basta che ci sia una natura ostile, ma estremamente stimolante, ad attenderci.

Molti affermano che il Gravel non esiste. Si dice lo stesso anche dello Stoner. Ed il bello è proprio questo: non si tratta di categorizzazioni di marketing. Si tratta di sensibilità interpretative. Verso la bicicletta e verso la musica. Il Gravel è una miscela di strada, mountain bike ed anche un po’ di ciclocross a ben vedere. Lo Stoner è un connubio di rock psichedelico, heavy metal ed acid blues.  Entrambi, con i loro ingredienti peculiari, con le loro alchimie speciali, sono fatti per aprire i nostri spazi, abbattere i nostri confini e farci accedere a mondi che abitavano prima solo nella nostra fantasia.

Entrambi si sentono a proprio agio in territori inospitali, inesplorati, da scoprire.

Se condividete con noi la passione per lo stoner, cari folkriders, ma se anche, pur non avendone familiarità, vi riconoscete in quanto detto, allora avrete compreso perché per noi in Trovador è questo il vero GRAVEL ROCK. 

Una cadenza che sa essere eterea e farsi improvvisamente possente nel giro di pochi metri.  Una dilatazione dello spazio e del tempo nel quale ogni cavalcata può essere ora rilassata, ora furiosa, ora intesa, ora delicata, a seconda di ciò che ci si trova davanti.

Un viaggio dove il sole rosso e la polvere di stelle plasmano l’energia con la quale trascendiamo i nostri limiti.

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