Un viaggio a forma di M
Buongiorno Folkriders,
Certo che la bicicletta di strada ne ha fatta tanta. Non solo come mezzo di locomozione, sempre efficiente, sempre divertente, sempre semplice. La ricetta, vincente da un secolo e mezzo, non è cambiata. È cambiato, moltissimo, profondamente, meravigliosamente, il rapporto tra la bicicletta e le persone. Molti di noi hanno imparato, scoperto, testato grazie alle due ruote ed al telaio a diamante. Molti di noi, oggi, la guardano con occhi differenti, in una concezione ben più ampia rispetto ai canoni classici, ovvero il tempo in cui la bicicletta era sinonimo di sforzo unidirezionale. Attività monotona. Ripetitiva. Adatta ai fachiri avvezzi agli sforzi prolungati.
Non per niente, il giornalista Albert Londres coniò una espressione efficacissima, ancorché brutale, per definirli: i forzati della strada. Chilometri e chilometri macinati nel ripetere sempre il medesimo gesto biomeccanico. Pedali che mulinano una sequenza, a ritmi più o meno variabile, ma sempre ferma sugli stessi principi: un ciclista, un giro di pedivelle, moltiplicato per ore, troppo ingombrante, troppo sfiancante per lasciare spazio all’esercizio dell’animo, all’impegno della mente. Almeno in teoria.
Nell’era dei pionieri, che poi era quella della rivoluzione industriale di fine Ottocento/inizio Novecento, la fatica alienante dominava sulle strade, in perfetta coerenza con la vita di fabbrica che conduceva il mondo verso le grandezze- e le nefandezze – del Ventesimo Secolo. In quell’epoca, il ciclismo era lo sport popolare per eccellenza, poiché premiava i faticatori sui privilegiati, i coriacei sui talentuosi, i duri sugli inconsistenti. Era il riscatto di chi basava la propria vita sulla virtù della perseveranza flagellata dalla sofferenza, sul tenere l’ultima ruota, l’ultimo tornante, l’ultimo chilometro, sul vincere contro la propria condizione.
Di sportivi, uomini, donne, con poca scelta. Con prospettive canalizzate in un unico percorso di fatica.
D’altronde, se le origini, ed il fascino della bicicletta, stanno nella sua radice profondamente ed orgogliosamente popolare, ma se vogliamo condannata all’ interpretazione molto ristretta di cui prima, la meraviglia moderna ad essa legata sta, secondo noi di Trovador, nel suo essere visceralmente polivalente. Ed adatta ad esprimere i molteplici aspetti, interessi e talenti di chi la sceglie ogni giorno.
Incuriositi da sempre sul rapporto tra la bici e l’espressione individuale, senza la presunzione di definirci esperti di scienze umane, ci siamo recentemente imbattuti in una teoria antropologica, comportamentale, attitudinale, molto interessante, che pone in contrapposizione un modello di individuo e professionista ( in inglese, M-Shaped) dotato di diverse qualità, diverse capacità, diverse curiosità, in possesso di differenti vie di azione e di pensiero, rispetto alla figura monolitica, ultra-specializzata, estremamente indirizzata e settorializzata che in passato costituiva forse l’atomo fondamentale della società ( in inglese, T-Shaped)
Sarebbe facile ricondurre il tutto ad una diatriba tra gli estrosi ed i compartimentati, tra i creativi e gli assolutisti della tecnica, tra l’entropia più pura ed il fordismo lavorativo e sociale. Queste categorizzazioni non vengono mai meno, e sono riscontrabili in ogni campo, a prescindere dai requisiti necessari che servano per operarvi con successo.
Semplicemente, oggi vogliamo riflettere sul perché, per noi, la bicicletta è il mezzo ideale per i cosiddetti M-Shaped. Sul motivo per cui è adatta a soddisfare chi cerca una esperienza multicolore e multiforme, o chi non ha paura di scoprirsi adatto per viverla. L’ archetipo M-shaped di oggi è probabilmente il prodotto della grande esposizione che tutti noi abbiamo nei confronti di vari aspetti, varie discipline, varie forme espressive. In buona sostanza, oggi ci sono tantissime possibilità di scoprire e di scoprire sé stessi, ben di più rispetto al passato, dove anche una certa fretta sociale imponeva di instradarsi verso un percorso strutturato, di comprendere e sviluppare la propria miglior qualità e metterla rapidamente in pratica. Le occasioni di individuare il proprio talento – o i propri talenti – oggi sono ovunque. Naturalmente, rendere con un profitto estremamente elevato, e per di più costante, in ambiti molto diversi è assolutamente irrealistico.
Porre sé stessi a confronto con tanti argomenti e tante esperienze è invece alla portata di molti.
E la bicicletta è un mezzo splendido per farlo, anzi, lo rende alla portata di tutti.
Immaginiamo ogni ciclista possibile, anche quelli, ci passerete l’espressione, più “T-Shaped”. Cultori della performance. O semplicemente ciclisti per lavoro, che trascorrono tutto il giorno sulle strade per effettuare consegne. Tutti apparentemente accomunati da un obiettivo, ed un percorso, che ammettono poche deviazioni.
Ebbene, anche quelli che ci sembrano più esasperati, di possibilità più limitate, di orizzonti più ristretti, non possono limitarsi ad un’unica visione. Senza forse accorgersene, anche il ciclista più esclusivamente ossessionato da un obiettivo, deve aprire il ventaglio delle sue vedute. Curando e studiando l’alimentazione. Approfondendo le soluzioni biomeccaniche ed aerodinamiche. Informandosi sui materiali e le componentistiche. Perfezionandosi nella gestione degli imprevisti e delle emergenze. E potremmo continuare con gli esempi. Non si potrà primeggiare in tutto. Si potranno però scoprire le proprie migliori attitudini rispetto ad altre. I propri punti di forza e debolezza. Ciò che ci piace di più fare, rispetto a ciò che ci interessa meno.
È, a ben rifletterci, lo stesso principio che può applicarsi alla competitività. Non si può andare forte su tutti i terreni, in tutte le situazioni. È impossibile trovare un rider di mountain bike che sbaragli il campo sia in discipline endurance che gravity. Od un corridore che collezioni Gran Premi della Montagna e titoli mondiali nella velocità su pista. Questione di caratteristiche intrinseche. Eppure, se guardiamo gli albi d’oro, spesso a trionfare non sono gli iperspecializzati. Indurain ed Anquetil erano cronomen fenomenali, ma in salita si difendevano assai bene. Bartali era uno scalatore micidiale, ma se fosse servito lo spunto in una volata ristretta, lo avresti trovato sempre lì, mezza ruota avanti agli altri.
Nella nostra concezione, tuttavia, il cosiddetto M-Shaped rider è qualcosa di differente. Perché tante volte essere un ciclista ci aiuta a capire che siamo individui a forma di M. La bicicletta impone approcci ampi, stimola il pensiero anticonvenzionale, organico. Quando si inizia, bisogna imparare diverse cose, ed in molti casi viene naturale importarne altre da altri ambiti.
Quale che sia l’utilizzo che facciamo della bici, dobbiamo imparare la gestione di piccoli e grandi inconvenienti tecnici e sviluppare la forza psicologica e la prontezza di soluzioni necessarie per risolverli. Dobbiamo imparare ad orientarci correttamente, interpretando le segnaletiche e/o comprendendo come usare dispositivi di navigazione e gestire le emergenze che spesso ne conseguono. Impariamo a fissarci obiettivi, pianificare, rimodulare se necessario.
Ma più di tutto questo, possiamo sviluppare caratteristiche forse meno pratiche, ma dal valore umano e educativo impareggiabile: impariamo ad usare la bicicletta come strumento sociale, per incontrare persone con cui avere una passione in comune; come strumento culturale, per comporre i nostri percorsi all’insegna di ciò che più ci piace; come strumento artistico e narrativo, nel caso il telaio, le ruote e la sella ci appaiano come grandi tele da colorare. È ovviamente ciò che proviamo a fare tutti i giorni in Trovador.
Dove vogliamo che trovino spazio, ascolto, affermazione, gli M-Shaped Rider come vogliamo essere noi: ventiquattro ore al giorno, sette giorni su sette, trecento sessantacinque giorni all’anno. Perché non si può sempre andare in bicicletta. Ma si può sempre viverla, respirarla e farsi ispirare da essa.
In bicicletta pedalare è solo una parte del quadro. In bicicletta ci si mette alla prova ogni giorno su tanti aspetti.
Si scopre la propria capacità di adattamento, di vedere le cose da angoli diversi, di pensare in modo trasversale, in un circolo virtuoso nel quale si portano queste qualità alla bicicletta e da essa si riceve lo spunto per mantenere – e molto spesso, incrementare – la consapevolezza delle proprie aree di interesse e della propria capacità di spaziare.
Chi va in bicicletta è sognatore, atleta, artista, calcolatore, viaggiatore, salutista, metodico, fantasioso, colto, sensibile, ecologista, spericolato, accorto. E potremmo continuare all’infinito. Capire che, come ciclisti, possiamo essere tutto questo, magari non allo stesso modo, non nello stesso tempo, ma con una coerenza solidissima, è quantomeno rivelatorio. Si dice spesso che gli M-Shaped siano dispersivi, poco focalizzati, superficiali. Interessati al molto, ma esperti nel niente. Inclini alla noia facile. Allergici agli schemi ripetitivi. Sempre in cerca di spunti nuovi, di nuovi modi di soddisfare le proprie aspirazioni, realizzare le proprie ambizioni, vedere concretizzarsi i propri progetti. Con tanti strumenti nel proprio repertorio. E inesauribile capacità di spaziare.
Trovador Bikes è nata proprio allo scopo di sviluppare queste multipotenzialità, con e grazie alla bicicletta. È la celebrazione di chi si muove agilmente tra la progettazione tecnica, passando in rassegna con minuziosa attenzione i dettagli, e l’estro grafico, alimentato dal proprio gusto e dalla propria sensibilità. È l’officina/parco divertimenti per chi ama pedalare e, quando semplicemente non ne ha voglia, può cercare ispirazione nella lettura di un libro o nell’ascolto di un album, in cerca della luce che illumini la sua prossima avventura. È il luogo sicuro in cui chi ha un ampio catalogo di passioni ed interessi trova sempre l’occasione per esprimerle, sacrificando la specializzazione estrema, il focalizzarsi ristagnante su un unico argomento, un unico campo di applicazione.
È il sogno dove si può parlare di tutte le arti, tutte le storie, tutte le tecniche, tutte le statistiche, tutte le tabelle, tutte le invenzioni, tutte le scoperte.
Dove tutto questo, cari folkriders, è contemporaneamente tenuto insieme e lasciato fiorire da quella macchina perfetta con due ruote ed un telaio, quella piccola grande chiave in grado di aprirci tutte le strade che ci si offrono davanti. Ed a riconoscerci pronti per percorrerle.