Milano Rock City - Parte 1
Buongiorno FolkRiders,
c’era una volta il rock and roll a Milano. In realtà, questo inizio potrebbe valere per molte altre città di Italia, dato che nei tempi attuali il genere non gode certo del suo stato di salute migliore. Non siamo negli anni ’80 e neppure nei ’90, quando la comunità rock/metal vantava una presenza – e se vogliamo una legittimazione, benché sempre in contrapposizione a sottoculture più canoniche – di tutt’altro tipo. In poche parole, il rock è tornato nelle camerette, negli scantinati, nelle ore di pratica sugli strumenti passate a imparare, perfezionare o semplicemente solo a scaricare, sfogare. Quel rock non se ne andrà mai, poiché è e resta un meraviglioso atto di espressione individuale, creatività ed energia, il bisogno di trovare il proprio suono nel mondo. Il rock come fenomeno sociale, invece, ha decisamente cambiato i suoi paradigmi, oscurato ora più che mai da hip hop, elettronica, dalle contaminazioni più o meno innovative fra i due generi citati, oltre al mai accantonabile pop di massa, in tutte le sue forme. Perchè il rock n roll non muore mai, certo. Ma invecchia, aspetta nei suoi antri più nascosti, forse in attesa di tempi nuovi.
Eppure.
Eppure, a Milano, con un po’ di sforzo, un po’ di memoria ed una buona dose di nostalgia, una mappa ideale dei santuari rock, dei pilastri della scena, dei punti di riferimento di un’epoca, si può tracciare.
Noi di Trovador ci abbiamo provato, basando il tutto sulla nostra esperienza personale, che per ragioni anagrafiche non ha vissuto l’epoca d’oro degli anni 80-90, ma che comunque ha percorso i punti focali di questo giro tante e tante volte, a cavallo dei propri venti anni, quando nulla ti può sembrare in declino e l’entusiasmo della gioventù rende gigantesca ogni esperienza.
Naturalmente, non abbiamo la pretesa di esaurire tutti i contenuti, menzionare tutti i gruppi, i locali, i personaggi che hanno animato la scena milanese.
La nostra ambizione, come sempre, è disegnare il nostro percorso all’interno della storia. In questo particolare caso, salire sulla EM 116 S TWANG JET, che il rock ce l’ha nel sangue e sul telaio. E rivivere le corse notturne, in cerca del prossimo concerto semi- segreto, della prossima serata con la musica esplosiva che i tuoi compagni di scuola non conoscono – e per la quale anche un po’ ti disprezzano! Più di tutto, forse, in cerca di qualcuno con cui sentire di poter essere in sintonia, nel periodo in cui lavori con foga sul tuo modo di comunicare verso il mondo. E speri ovviamente di riceverne altrettanta energia.
Abbiamo deciso, per questioni di semplicità e di tempo, di suddividere questo piccolo grande viaggio in due parti.
La prima, di cui vi racconteremo ora, parte dalla periferia Nord Ovest della nostra città, per intenderci nei dintorni dello stadio di San Siro. Qui, dove oggi forse più che in altre zone si viaggia nel solco dei cambiamenti di una città sempre in movimento, fino ai primi anni ’10 il venerdì ed il sabato sera si animavano a ritmo di gothic-dark-glam ed affini. In Piazza Anita Garbaldi, infatti, c’era lo Zoe Club, proprio a pochi passi dal Cimitero di Baggio. È una domenica pomeriggio di inizio marzo, il sole illumina questo quartiere che è circondato dai grandi parchi della zona (Trenno, Cave, Boscoincittà), ma con i ricordi si torna ad un sabato sera di un gennaio lontano, quando i nostri numi tutelari si chiamavano Poison, Dokken, Cinderella, Great White e lo Zoe si tramutava, per noi, in uno dei magici locali del Sunset Strip di Los Angeles. Potere dell’Hair Metal anni ’80! Chi scrive suonò con la sua band quella sera, dopo un lungo giro in bici pomeridiano per caricarsi in vista del concerto. La chitarra di colore giallo fluorescente correva proprio come la bicicletta di allora – e di oggi, naturalmente! – sviluppando un muro ritmico serrato, un motore sonoro in una linea di continuità indissolubile con la voglia di correre, di spingere al massimo. Sempre.
Quando era la musica il carburante, naturale, accessibile, puro, per le corse in bicicletta. Un’ idea, un concetto, che naturalmente avremmo applicato molti anni dopo alla nostra EM 116 S TWANG JET, con la sua linea semplice, essenziale. E sempre pronta a mettersi in gioco! Per andare verso la prossima tappa, e lasciarsi alle spalle il primo ricordo del nostro giro, approfittiamo della vicinanza del parco delle Cave, incuranti nel nostro assetto da strada/pista, e lo attraversiamo tra qualche singletrack e qualche sterrato di troppo. Ma la EM 116 S TWANG JET resiste ed anzi rilancia, le ruote ad alto profilo ed il telaio assorbono le piccole asperità senza problemi, fino a condurci oltre, davanti allo stadio di San Siro, che spicca alla nostra sinistra mentre costeggiamo Piazza Axum. La mente ricomincia a viaggiare indietro nel tempo. A Milano, San Siro vuol dire qualcosa di diverso, e di speciale, per ciascuno che almeno una volta vi sia stato, che si tratti di un derby, di un concerto od una cerimonia. Per noi di Trovador, San Siro vuol dire Bruce Springsteen. È vero, non c’eravamo il 21 luglio 1985, quando vi suonò per la prima volta in una serata passata al mito. C’eravamo, invece, il 3 giugno 2013 ed il 3 luglio 2016. Abbiamo sentito due album iconici suonati per intero, Born in The Usa la prima volta, The River la seconda. Abbiamo urlato al mondo, nell’aria frizzante ed ancora piena di sogni per il futuro di una notte d’estate dei nostri venticinque anni, che siamo ancora Nati per Correre. Per cercare la nostra felicità su una strada spalancata davanti ai nostri occhi. Un rito rock per piloti da competizione suburbana, romantici da vicoli, cercatori inesauribili del proprio posto, del proprio ruolo, del proprio io, un rito consumato sì in uno stadio ma sostanzialmente in un momento di pura interiorità. Mentre San Siro si allontana alle nostre spalle, senza scomparire mai come è possibile solo grazie alla sua magica imponenza, ricordiamo ciò che provammo in quelle notti, quando vibravamo in sintonia con quelle musiche e quei testi. Quella sera ci lasciammo lo stadio indietro, proprio come oggi, con un ricordo fresco e luminosissimo, il suono di una voce che aveva parlato di noi, per noi. Ed accelerammo nella notte, nella speranza di renderla immortale.
Curva a destra rapida, puntiamo via Capecelatro per svoltare subito in via Paravia. Dove un tempo si trovava il Transilvania, in seguito anche Music Drome, quando aveva già diversificato ed ampliato la sua proposta, ma per noi legato ad una immagine precisa, indelebile.
Era una sera del lontanissimo 2007, quando chi scrive si trovò a passare di lì per la prima volta. Senza entrare, ci incuriosimmo alla visione di tanti appassionati di horror-dark che stazionavano all’uscita del locale. A noi, ancora studenti delle superiori e decisamente in ritardo nel tornare a casa, quella sera sembrò per la prima volta di entrare in contatto con un mondo nuovo eppure conosciutissimo, tramite i racconti della narrativa gotica che divoravamo insaziabilmente. Dal vivo, naturalmente, cambia tutto, timidezza ed inquietudine in momenti come quello comandano inesorabili. Ma basta un particolare, un’immagine, a rendere un momento scolpito nella sequenza del tempo. Nel nostro caso, il merito fu di un ragazzo che all’epoca ci sembrava un adulto, ma a ripensarci avrà avuto ben meno di venticinque anni. Notammo la maglietta così particolare che indossava, un enorme teschio bianco, con un’espressione sinistra e beffarda allo stesso tempo, un ghigno malefico che sotto sotto più che intimorirti ti ispirava simpatia. Ad un diciassettenne affamato di novità, faceva sicuramente venir voglia di chiedere.
“E’ il Crimson Ghost” spiegò il ragazzo, di certo molto desideroso di esibire la sua competenza in merito “ il simbolo dei Misfits”
“ Chi?”
“ I Misfits! Fanno horror punk! Dai, non li conosci?” fosse stato per lui, il ragazzo si sarebbe dato un trenta e lode all’esame di musicologia!
Ma quelle parole rimasero in testa come un mantra: Misfits. Horror. Punk. Suonavano bene, suonavano potenti come non mai. Suonavano fighissime, ecco. E mentre pedalavamo verso casa, la fame di scoperta rinvigoriva le gambe e conquistava i pensieri. Pochi giorni dopo, a scuola, chiedemmo lumi al classico compagno onnisciente in fatto di musica “alternativa”, il quale, dopo una adeguata dose di autocompiacimento, chiosò:
“Tranquillo, ti faccio un Cd, ci metto anche i Misfits”. Che ancora oggi girano nelle nostre cuffie, con quelle voci così anni ’50 e quei testi che sembrano usciti dai più oscuri e dimenticati b-movies del genere horror. Pacchiani, esagerati, pesanti, ma carismatici ed adrenalinici da morire. In una parola: perfetti. Soprattutto per un diciassettenne affamato di novità. Ed appassionato di fumetti dark.
Oggi, mentre la EM 116 S TWANG JET avanza agile, in via Paravia non c’è più traccia di quella sera e del suo mondo. I Cd Masterizzati – chiamarli così fa un certo effetto – appartengono ad un’altra era geologica. Così come i giorni della scuola. Resta però il ricordo di un momento di scoperta, che ci accompagna ancora sulla strada, mentre lo scenario si fa più trafficato, più congestionato verso zona Cenisio/MacMahon.
Da San Siro abbiamo oltrepassato la vecchia FieraMilano, preso via MacMahon cercandone una traversa quasi invisibile su ogni mappa, ovvero Via Ollearo. La quale, per molti, sarà nota in quanto sede di Radio Popolare. Per noi, invece, assume un significato differente, poiché qui c’era l’Enosud, o meglio, il circolo Enosud, dove il buffet poteva soddisfare tutti i gusti: interminabili jam session tra strumenti esotici, ritrovi di appassionati di ukulele, jazz annegato nel vino rosso d’annata, folk da focolare nelle notti di inverno. E tanto punk rock. All’Enosud vedemmo per la prima volta i Raindogs dal vivo. Ora, per intenderci, se quei ragazzi fossero stati californiani, anziché di Milano Ovest, parleremmo di tutta un’altra storia. Troppo bravi, troppo energici, troppo emozionanti, troppo densi di contenuti veri. Quella sera fecero saltare in aria il locale con il loro hardcore melodico, il concerto fu talmente intenso che al ritorno a casa, a notte inoltrata, allungammo il giro di qualche chilometro. Per riascoltare le canzoni nella testa e forse illudersi ancora una volta che certi momenti durino per sempre. Per il tempo che c’è stato, L’ Enosud è stato un luogo di ritrovo nel cuore della città, dove i concerti si potevano organizzare senza troppi preamboli, in modo quasi informale, forse lontano da grandi numeri e grandi nomi. Ma ci bastava eccome.
Ritorniamo su via MacMahon, ma quasi senza accorgercene, ci lasciamo indietro il Cimitero Monumentale e la stazione di Garibaldi. La EM 116 S TWANG JET sembra quasi danzare nel traffico, in una delle zone più pulsanti, e più nuove, della città, ma si allontana presto dai nuovi palazzi scintillanti di questo mini-skyline, tra Corso Como e Via Melchiorre Gioia. L’obiettivo è una piccola strada nei pressi della Stazione Centrale, dover ora sorge il Rock N Roll Club, un tempo conosciuto con il nome di Inkubo Cafè. Un altro ritrovo abituale, il cui interno della sala concerti ci ha sempre ricordato il mitico CBGB’s di New York, una polveriera compressa di chitarre distorte e batterie pulsanti, tante notti all’insegna della New Wave of British Heavy Metal o del pop-punk anni ’00. Ricordiamo con piacere le serate del periodo universitario, quando il venerdì sera ci presentavamo al locale con la nostra bici fiammante, che sul telaio esibiva in bella mostra gli adesivi dei Metallica e dei Motorhead. Ed al bancone, puntuale, era sempre possibile trovare qualcuno con cui discutere di questo o quel riff, dell’eterna diatriba tra chitarre Fender e Gibson, del perché Rust in Peace sia il miglior disco dei Megadeth. Discorsi da bar sport all’italiana, solo che qui si tratta di un Bar Rock.
Guardiamo la EM 116 S TWANG JET, ci rendiamo conto che forse è nata proprio in una di quelle serate, affilata e leggera come una chitarra da assoli brucianti, con il fuoco e la musica tatuate addosso. Vogliamo testarla ulteriormente, per raggiungere Piazzale Loreto facciamo un giro più lungo, salendo verso Via Spoleto per reimmetterci su viale Monza, dove si possono sprigionare più cavalli, osare qualche serpentina in più, ricordarsi di quando, in un tempo sempre lontano, da Via dei Transiti partì una “garetta” urbana che ci vide coinvolti e vittoriosi, dopo uno spettacolare duello all’ultima curva con annesso sorpasso all’interno. Ripensarci è un sorriso, annegato in un sabato pomeriggio di primavera che non c’è più, ma che oggi ritorna a ritmo di rock, su una delle spine dorsali della nostra città. Viale Monza, Piazzale Loreto, viale Abruzzi sono una direttrice unica, dalla quale scegliamo di staccarci per tagliare verso Piazzale Susa, e scendere sulla parallela che incrocia Corso Ventidue Marzo.
Corso Ventidue Marzo a Milano, una volta, voleva dire Rolling Stone. Dove hanno suonato tutti, dove ogni appassionato ha uno, dieci, mille ricordi da condividere. Quello che scegliamo noi, ritorna al 2009, proprio poco prima della chiusura del locale, in una serata all’ insegna del power metal svedese, forse anticipatore del nostro Erasmus poco distante da Stoccolma. Pochi giorni prima del concerto, dove suonavano due attuali potenze europee come Hammerfall e Sabaton, avevamo tentato di coinvolgere chiunque per accompagnarci, con un entusiasmo tanto contagioso quanto inutile. Così, mentre la maggior parte dei nostri amici decise di godersi una sera universitaria più ordinaria, noi eravamo lì sotto il palco, sempre insaziabili di quella ricetta a base di energia e melodia, potenza e narrazione, tecnica ed immediatezza. Se vi suona familiare, sarete di certo in accordo con noi: il rock, proprio come la bicicletta, offre una combinazione rara di pensiero ed esercizio fisico, di creatività ben costruita e di urgenza espressiva, il tutto meglio ovviamente se praticato in compagnia.
“Ma è vero che chiude?” era questa la frase che si sentiva più spesso, dentro e fuori dal locale, prima e dopo il concerto. Come molto spesso accade in queste situazioni, ciò che si teme di perdere non è solo il punto di riferimento abituale, ma le numerose possibilità, le chiameremmo quasi sicurezze, che questo offre. Facce note, linguaggi e riferimenti incomprensibili alla maggior parte di coloro che popolano la nostra quotidianità, la certezza che un gruppo figo passerà a suonare lì prima o poi. Ciò che si perde è il microcosmo nel quale ci sentiamo al nostro posto, nel nostro tempo, col nostro vocabolario.
Non possiamo fare a meno di pensarci mentre dirigiamo la EM 116 S TWANG JET verso piazza Cinque Giornate, puntando dritti verso piazza del Duomo. La prossima tappa, l’ultima di questo nostro primo giro, è forse la più significativa, la più fedele alla rappresentazione di “posto sicuro” che abbiamo già applicato per il Rolling Stone.
Fermiamo la EM 116 S TWANG JET proprio davanti alle scale della Metropolitana. È il momento di condurla a mano nel sottopassaggio. Verso Galleria Santa Radegonda. Davanti a quella che un tempo era la vetrina di Mariposa Dischi.
Mariposa per noi era l’investimento di tutta la nostra paghetta settimanale. Era l’interminabile sfogliare delle teche in metallo dove, in rigoroso ordine di lettera e di genere musicale, le copertine dei dischi facevano mostra di sé, importanti quanto il loro contenuto. Mariposa era Dario, che dietro al bancone della cassa aveva consigli per tutti, che riconosceva i clienti abituali e chiedeva delle loro band, che ti raccomandava le migliori biografie musicali perché lui le aveva già lette ancora prima dell’uscita, che ti vendeva i biglietti per i concerti grossi ma che poi ti diceva di andare a sentire quel gruppo sconosciuto a Parabiago o a Brugherio. A Mariposa si andava a studiare rock n roll, anche se internet c’era già. Da Mariposa si studiava sui libri di testo ufficiali del rock, non sulle dispense semplificate per chi deve fare la rimonta prima dell’esame.
Ci sono momenti in cui ci si accorge che un’era si è chiusa per sempre. Quando Mariposa ha abbassato la saracinesca, ci siamo resi conto che il nostro tempo da allievi della musica alternativa, da studenti matti e disperatissimi che imparavano più da una canzone di tre minuti che da una giornata di scuola ordinaria, era giunto alla conclusione.
Essere oggi davanti a quella saracinesca, con la nostra bicicletta più rock n roll, non è solo la chiusura di un cerchio, cari folkriders: è un’immagine familiare, rassicurante, che racconta le nostre radici, i nostri momenti più intensi, dove l’asfalto canta un ritornello immortale, e le ruote girano in un turbine ritmico potente, implacabile. Eppure, meravigliosamente armonico
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