La Genova di Faber

La Genova di Faber

Buongiorno Folkriders,

nella numerosa bibliografia a disposizione che riguarda Fabrizio De Andrè, e che abbiamo avidamente consultato anche per questo giro, non abbiamo trovato traccia di nessun rapporto, nemmeno giovanile, nemmeno occasionale, tra il grande cantautore e la bicicletta. E la cosa non dovrebbe sorprendere, a ragionarci. Avete presente Genova? Le sue mulattiere che impennano dal mare verso il cielo, strette in un dedalo di edifici, vicoli, cunicoli e soffi di Mediterraneo? Ebbene, oggi, scendendo le scale della stazione di Pegli, lanciamo la nostra sfida a questa città-scrigno, in sella alla WG 116 G SARAWAK TIGER. Facendo in modo che la bicicletta sia davvero la chiave atta a scoperchiare questo forziere ricco di tesori, forse un po’ chiuso, quasi agorafobico, di certo generoso con chi non ha paura di addentrarsi sotto la sua pelle, ed uscirne con un po’ di salsedine addosso. Abbiamo, come detto, costruito questa avventura sulla figura di Faber (così lo chiamava il compare di sberleffi storico, Ugo Fantozzi al secolo Paolo Villaggio), con il chiaro intento di ripercorrere le strade, i luoghi – ma soprattutto, le non strade e i non luoghi – che lo videro prima ragazzo, poi uomo, ma sempre e comunque poeta, cronista, spirito libero e curioso. In una parola, un trovatore. Si, quella parola da cui partono tutti i nostri sogni.

Nel nostro omaggio a De Andrè, ci sembra occasione propizia per un giusto tributo a quella che da molti è stata – forse semplicisticamente e sbrigativamente – individuata come la scuola genovese della canzone d’autore. Gino Paoli, Bruno Lauzi, Umberto Bindi, Luigi Tenco, ci aggiungiamo anche Vittorio De Scalzi, leader dei New Trolls, e ci perdonerete se ne dimentichiamo qualcuno. Non erano tutti genovesi di nascita, non erano una unità indistinta di artisti omogenei e facilmente canonizzabili. Erano musicisti, compositori, anime diverse tra loro, che assorbirono influenze ricche ed eterogenee, dal jazz alla canzone francese, per dare il via a quella che ci piace ribattezzare la stagione genovese, ovvero un momento di svolta nella storia della canzone italiana.

Quando Genova ed i suoi ragazzi seppero ascoltare, rielaborare, inventare e raccontare, facendo sì, in questo stretto senso, scuola nel mondo.

Una stagione genovese che ripercorriamo idealmente insieme a Fabrizio, in ossequio allo sviluppo, prevalentemente longitudinale, della città. Ed in rigoroso rispetto della sua parabola, non possiamo che iniziare da dove, il 18 febbraio 1940, Fabrizio Cristiano De Andrè venne al mondo: in questa soleggiata domenica invernale, Pegli è un angolo, di pregio e di storia, che sa già di primavera. La casa natale di Faber è in Via de Nicolay 12, dove una targa ancora lo ricorda. “Non puoi sbagliare, la vedi sulla destra entrando nella via, e più in fondo, c’è già il mare” ci rassicura un signore a cui chiediamo indicazioni. La fotografia è già da cartolina, mentre scendiamo verso il lungo mare illuminato dal sole di gennaio. Gino Paoli, che di vocazione nacque pittore, proprio a Pegli trascorse la sua gioventù, e non sorprenderebbe certo immaginare che qui si esercitò a lungo nel rappresentare gli scorci suggestivi che fanno capolino tra le ville e le chiese adagiate sulle colline. La WG 116 G SARAWAK TIGER è già pronta a superare il torrente Varenna: passando per via Ronchi e Via Merano, arterie pulsanti della viabilità del ponente genovese, siamo diretti verso il centro. Non prima, tuttavia, di incontrare il cuore industriale della Genova Ovest, i cantieri navali di Sestri Ponente ed il polo dell’industria pesante di Sampierdarena. Da Pegli il cambiamento è notevole, anche climatico: il mite tepore lascia spazio ad un freddo vento di mare, che sferza implacabile le strade che percorriamo e ci costringe a rafforzare la presa sul manubrio per resistere a notevoli imbarcate laterali. Siamo nel ponente genovese che si fa Amburgo. O Liverpool, se preferite. Siamo nella città cantiere flagellata da una tramontana quasi capace di rendere l’acciaio malleabile e di piegarlo ai suoi voleri. Siamo nei quartieri che restituiscono forse l’immagine più autentica di una città che sa essere al contempo crocevia di transito e colonna saldissima dell’industria nautica. Oggi, come alla fine della Seconda guerra mondiale, città dei nuovi genovesi. Ma anche di quelli vecchi. Quando Fabrizio de Andrè, poco più che ventiduenne, si affrancò dalla casa paterna con la moglie Puny ed il figlio Cristiano, dimorò per un periodo proprio a Sampierdarena, in via San Bartolomeo del Fossato: sarebbe stato logisticamente più vicino all’allora Istituto Palazzi, gestito dal padre, nel quale, tra le sue prime composizioni e la sua nuova famiglia, prestava servizio come responsabile amministrativo. Ma prima di Sampierdarena, dalla quale, girandosi verso il mare, si vede la Lanterna, simbolo della Superba, c’è ancora (ventosa) strada da percorrere. A Sestri Ponente, lo abbiamo capito solo in seguito, ristudiando il percorso, abbiamo attraversato il torrente Chiaravagna, di cui si ha memoria in seguito all’alluvione del 2010. Il quartiere che collega le due zone industriali, Cornigliano, inizia proprio qui, dipanandosi tra l’Aeroporto, le Acciaierie ed il porto Ansaldo, per poi terminare qualche chilometro più in là, sulla sponda del fiume Polcevera. Sì, proprio il protagonista, implacabile nella sua furia, della canzone Dolcenera, tratta dall’ultimo capolavoro Anime Salve del 1996. Tutto questo è fondamentale: a Genova, fiumi, torrenti, rivoli, non sono altro che le vene di una città-organismo, che all’acqua non può rinunciare, pena la perdita del proprio orientamento, forse anche della propria essenza. Anche quando l’acqua è espressione della furia della natura. Il vento comunque continua a soffiare, Sampierdarena sfuma lentamente alle nostre spalle, mentre la WG 116 G SARAWAK TIGER veleggia veloce verso piazza Dinegro e, finalmente, una pista ciclabile. Ci avviciniamo al centro storico ed al porto antico, su una traiettoria che ripercorre fedelmente la metropolitana, in quella che ci piace definire una esperienza tridimensionale: alzando lo sguardo, la Sopraelevata, simbolo della Genova quotidiana e pendolare; alla nostra destra, gli uffici e i cantieri che lasciano progressivamente spazio all’Acquario, al porto Antico, al Museo del Genoa che tanto sarebbe stato apprezzato dal Faber visceralmente rossoblù, ad una zona moderna, commerciale, dinamica. Ma che non si parli di movida! Subiamo sempre rimproveri dai nostri amici locali, a riguardo! Ciò che invece c’è alla nostra sinistra, è Genova al 100%. Come antri omerici, come ad esercitare il richiamo delle sirene verso un’oscurità proibita, i carruggi, le creuze esprimono le sonorità della Superba come null’altro. La gioventù più creativa, più anarchica, più genuina di De Andrè rimane in questi vicoli, nella melodia in chiave minore, solenne, proveniente da Via del Campo, dove l’esuberanza adolescenziale già si univa alla sensibilità del poeta.

I vicoli, a GPS spento, li percorriamo bicicletta alla mano, alla ricerca di una focaccia ben unta (“belin, senza strutto!” si raccomanda un giovanotto cui chiediamo consiglio) od un piatto di trofie al pesto, come immaginiamo facesse Fabrizio dopo la scuola, in un vociare di turisti e di commercianti, di genti del posto e di foresti, come li chiamano da queste parti. Un mix perfetto per la natura vivida, multiculturale, amante della tradizione, della WG 116 G SARAWAK TIGER, che uscita dalle strettoie riprende il suo spazio verso Corso Aurelio Saffi. La strada comincia a salire, ma ancora più in alto svetta il campanile, sulla sinistra, della Basilica di Carignano, dove De Andrè si congedò dalla sua città il 13 febbraio 1999, in un funerale degno di invidia, come sottolineò l’amico Paolo Villaggio. Di invidia ne proviamo un po’ anche noi, a dire il vero, mentre scorgiamo il panorama alla fine di Corso Saffi: prima della discesa verso il quartiere della Foce, sulla destra si vede il nuovo Palasport, suggestivo, moderno, quasi fantascientifico. Indovinate un po’ a chi è intitolato il piazzale su cui si erge? A Giuseppe De Andrè, papà di Fabrizio e figura di spicco nella politica e nell’imprenditoria cittadina degli anni ’60.  Piazza De Andrè comincia già a porci scelte importanti sui prossimi obiettivi: indecisi tra il raggiungere la Foce o Boccadasse attraverso la splendida ciclabile vista mare di Corso Italia (Fabrizio – già famoso – per un periodo abitò anche qui), scegliamo quest’ultima opzione. Della scelta è davvero impossibile pentirsi: sembra di dirigersi ad Atlantide percorrendo la Stairway to Heaven. Corso Italia è imponente, reclama i suoi spazi con eleganza, tra arte e modernità ed una panoramica sul mare senza fiato. Boccadasse, invece, non si vede subito. Dalla sella semplicemente si percepisce, è uno spioncino verso il mare, che esplode nei suoi colori più vivi una volta raggiunto il Belvedere. Una calata, come la chiamano, che è un ritratto, una foto su pellicola che non conosce usura. La WG 116 G SARAWAK TIGER, prima di ripartire, si adagia volentieri sul muretto della piazzetta. Solo però per respirare aria di mare in vista del nuovo dubbio: proseguire verso Nord, passando per Genova Sturla ( in questa zona c’era inoltre Da Gianni, ristorante di proprietà del padre di Vittorio de Scalzi) ed affrontando la salita per San Desiderio (dove Faber si destreggiava da mezz’ala nelle sue partite di calcio giovanili), oppure fare ritorno verso il centro, transitando per il quartiere di Albaro. Scegliamo l’opzione numero due, girando a sinistra verso via De Gaspari. Albaro è una elegante zona residenziale, resa ancora più affascinante dalla tranquillità del sabato mattina. Vi trascorse un periodo anche il poeta George Byron, sebbene – e questo è molto utile ai nostri scopi – si tratti di una zona profondamente, visceralmente deandreiana. Da via De Gaspari, per esempio, basta prendere via Gorgona per poi ritrovarsi in via Camilla, ovvero casa di Piero Repetto, professore di latino e greco affetto da poliomielite e per questo rimasto invalido, ma soprattutto vero e proprio anfitrione della buona borghesia genovese degli anni ’60.  A casa Repetto annoiarsi non era contemplato; gli amici andavano e venivano ad ogni ora del giorno e della sera, allietando la quotidianità del professore. Ci piace immaginare la coppia esplosiva De Andrè- Villaggio intonargli una primitiva versione de Il Fannullone; più che una canzone, un manifesto programmatico delle loro vite di allora! E chissà che, una volta usciti da quel luogo di baccanali, i due amici non abbiano percorso proprio lo stesso nostro tragitto, lasciandosi alle spalle via Righetti e via Gobetti fino a Largo Escrivà, che incrocia con Via Piave, in fondo alla quale si trovano inoltre i Bagni San Nazaro, a lungo frequentati dal giovane Fabrizio.

La WG 116 G SARAWAK TIGER però non scende verso il mare, prosegue fino all’incrocio tra Via Nizza e via Trieste, dal quale si gode una vista notevolissima: il quadrilatero della Foce, altro quartiere simbolo della Genova dei cantautori, è qui sotto, per raggiungerlo ci immettiamo proprio in via Trieste ( Fabrizio notoriamente ha abitato anche qui), superiamo via Cesare Battisti e la scuola Diaz, frequentata dal futuro cantautore e passata in seguito alla cronaca per i fatti a latere del G8 del 2001, per poi riprendere via Trento fino all’incrocio con la successiva discesa verso Corso Torino. Questa posizione è privilegiata, perché ci consente di osservare il parco di Villa Bombini-Saluzzo, che ai conoscitori della nostra storia sarà di certo più nota come Villa Paradiso, abitata in parte dalla famiglia De Andrè fino alla metà degli anni ’60. Ci fermiamo proprio prima della discesa di via Saluzzo: Albaro ci ha davvero conquistato, ma con eguale entusiasmo arriviamo alla Foce, un tempo malfamata zona di portuali e faccendieri, oggi quartiere rinnovato e vivo. L’obiettivo è solo uno: raggiungere via Cecchi, che incrocia Corso Torino, dove ebbe dimora una figura fondamentale per De Andrè: Riccardo Mannerini, il poeta cieco, anarchico, con la P maiuscola, feroce cantore dell’animo umano quanto coerente praticante di una vita al limite, delle regole, della socialità, degli ideali. Dalla sua poesia Eroina si deve l’influenza decisiva sul Cantico dei Drogati, tratto dall’album Tutti Morimmo a Stento. Da un suo testo, rimaneggiato da Faber e musicato da Vittorio De Scalzi, nacque uno dei brani più famosi dei New Trolls: Signore, Io sono Irish. E la coincidenza ci sembra incredibile: in questa canzone è centrale la bicicletta, espressa come metafora della ricerca della fede, dello slancio oltre il razionale, della realizzazione concreta e volenterosa delle proprie fatiche quotidiane. Ci sembra si chiuda un cerchio, poiché con la bicicletta e con De Andrè abbiamo scoperto Genova, i suoi volti e le sue contraddizioni, tutte espresse in una lingua di terra tra mare e montagna, tra alba e tramonto, tra poesia, rabbia, peccato e redenzione.

In questo senso, Genova è, assolutamente, profondamente, una città per la bicicletta.  

Da Corso Torino per via XX Settembre e Piazza De Ferrari sono pochi minuti, tutta dritta, in salita, verso il cuore della città. Verso l’epicentro della Genova di De Andrè, vivace e baciato dal sole d’inverno. La lista sarebbe lunga e prestigiosa: in via XX Settembre c’era il Teatro Margherita, testimone delle prime esibizioni di Fabrizio in pubblico; a pochi metri, in via Maragliano, c’era la sede della Karim, la sua prima casa discografica; in Piazza De Ferrari, c’era il Cambusa, locale dove per la prima volta incontrò Luigi Tenco. Ammettendo, sfacciatamente e candidamente al tempo stesso, di avergli “preso a prestito” la paternità di Quando, solo per avere più successo con le ragazze. In Piazza De Ferrari, la WG 116 G SARAWAK TIGER si illumina nei riflessi della grande fontana, sospesa tra stupore e malinconia, al termine di un viaggio di pochi chilometri ma tante pagine da scrivere.

Una malinconia speranzosa, cari Folkriders, che è forse il vero tratto genetico di questa Genova così enigmatica, o forse solo un po’ così e basta, come avrebbe detto Paolo Conte, un altro che Genova l’aveva capita in pieno.  Un’ aura sempre sospesa che avvolge la città, un’aura che sa di spezie, di pesce fresco, non dolce, aspra, cruda, grezza, a volte nobile, superba se serve, ma sempre terribilmente priva di orpelli e futilità. Forse proprio per tutto questo, sempre pronta a sbocciare.

Del resto, qualcuno aveva provveduto a sottolinearlo: non è dai diamanti che nascono i fiori.

 

il link alla traccia https://www.komoot.com/it-it/tour/2768836369

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