Brianza Punk Gravel

Brianza Punk Gravel

Buongiorno FolkRiders,

Milano e la Brianza hanno un rapporto ben più complesso di quello che si possa pensare. Come la Terra e la Luna, senza ben specificare chi sia chi. Vicini, diversi, legati. Sono forse- ci perdonerete l’iperbole, meramente demografica - il cuore ed il polmone della Lombardia, che la si veda in termini economici, geografici od appunto anatomici. Ce ne sarebbe da parlare per secoli. C’era una volta Milano, capitale finanziaria, crocevia economico, business city per eccellenza, con l’occhio già alla Pianura Padana. C’era una volta la Brianza, con i suoi mobilifici e le sue industrie, con autodromi e grandi parchi, con tanta voglia di tuffarsi nel lago di Como e corteggiare la Svizzera. C’erano una volta i milanesi che uscivano dalla città per recarsi nelle fabbriche e nei siti produttivi di quella provincia sigla MB che ancora non esisteva, magari prendendo la Milano-Meda o la SS36. C’erano una volta i brianzoli, che sbarcavano in stazione Centrale e si affrettavano a prendere la metro per arrivare in tempo in ufficio.  C’era il derby Milano-Cantù di pallacanestro. Avete capito.

Commistioni, Intrecci, sovrapposizioni, scambi e rapporti anche un po’ sospettosi, come le regole del buon vicinato impongono. Ma Milano, per ognuno di noi, può voler dire qualcosa, al di là delle banali generalizzazioni. Così come la Brianza. Ed allora, ecco che cambiano le relazioni, meno faziose, forse meno ottuse, più ricche di sfumature, più legate alla dimensione individuale.

Se è vero che Trovador è nata a Milano, nel solco del rock e del folk, è altrettanto vero che in Brianza ha acquisito una parte cospicua, inscindibile della sua identità.

Come vi avesse ulteriormente sviluppato una colonna sonora che la caratterizza.

Come se, ad un certo punto della sua crescita, avesse modellato un pezzetto di sé su quelle coordinate. Tre parole, combinate, che raccontano una storia, ma la costruiscono anche nel solco di una attitudine imprescindibile.

Brianza Punk Gravel.

Ci sono periodi della vita che riusciamo a ricordare tramite suoni, luoghi, canzoni, esattamente come ci sono avventure in bicicletta nelle quali, in corrispondenza di un particolare punto, un ritornello ci ritorna in mente, una immagine prende forma. Lo abbiamo già detto, è il principio del folkriding.

Solo che qui prende un connotato preciso. Nel tempo, nel significato, nel modo di andare in bici. La definizione lo dice già: una mattina, abbiamo disegnato un giro gravel. In Brianza. Fin qui tutto semplice. C’è poi la parola di mezzo, che è l’ago della bilancia. Un giro punk, senza dubbio, con la giusta dose di energia e qualche sgommata di troppo.

Ma anche, soprattutto, un giro nel punk. Nel punk della Brianza, di tanti anni fa. Ed allora il quadro comincia ad assumere fattezze ben più speciali. Solo nostre, come sempre. Ma nelle quali, lo speriamo, tanti possano ritrovarsi.

Cominciamo però con una premessa doverosa: se, musicalmente, il tema del nostro giro verte su un’“ufficiosa” scena punk brianzola anni ‘10, collocandone il picco in un periodo compreso tra il 2011 ed il 2014, dobbiamo essere ovviamente cauti e circoscritti. Termini come “punk”, “scena”, “picco” sono costruzioni semplicistiche, soggettive, convenzionali per comodità. Stiamo tentando semplicemente di canalizzare un fermento, un momento di produzione musicale, gruppi, incontri, eventi ed influenze che, a nostra memoria, conobbe in quegli anni la sua espressione più forte.  Guai a pensarlo come fenomeno omogeneo, anche se, naturalmente, certe caratteristiche comuni creavano compattezza ed in qualche modo rendevano il tutto più identificabile.

Parliamo innanzitutto di quelli che, a nostro avviso, erano i numi tutelari che ispiravano tante delle band che ricorderemo: le Cattive Abitudini, le Pornoriviste, L’Invasione degli Omini Verdi, I Gerson, i Matrioska, I Vallanzaska, i Derozer, i Duracel, solo per citarne alcune. Quindi, coordinate piuttosto chiare: brani cantati in italiano, presenza massiva di melodia, possibili, se non probabili, contaminazioni con pop, rap, ska. Un sound molto debitore di fine anni ’90 ed inizio anni 2000, benchè riproposto in tempi differenti, e sicuramente meno recettivi per questo tipo di musica.

La parte importante, quando si inizia a frequentare una “scena”, riguarda l’apprendimento: ci si trova esposti a realtà che aprono parecchio la propria visione musicale, si vive lo scambio con altri musicisti e quindi altre vedute. Altre esperienze da esercizi in cameretta, come la propria. Altri riff e accordi studiati e suonati da soli per anni.  E si assorbe tutto, senza forse nemmeno realizzarlo, ampliando enormemente la propria tavolozza di colori. Non si tratta neppure di diventare parte di qualcosa. È semplicemente trovare il proprio qualcosa, che aspettava di essere raggiunto.

Il giro, a ben vederlo, è una sorta di Sellaronda in senso orario. Senza Dolomiti, naturalmente. Il principio della circumnavigazione però rimane. Siamo pronti ad avvolgere, in questo ideale abbraccio gravel, il cuore della Brianza, facendo sponda alle realtà principali, quali Cantù, Seregno, Desio, Senago.

Noi però, con la WG 116 G SARAWAK TIGER, partiamo da Solaro. Ovvero dalle porte del Parco delle Groane, senza porci troppo il problema se questo faccia parte dell’Alto Milanese o della Bassa Brianza. Non c’è gonfalone che tenga.

Quel che è certo è che siamo già in piena modalità gravel, già in una parte splendida del nostro viaggio, tutta sentieri ombreggiati, sterrati labirintici con singletracks anche imprevedibili ed una corsa, già braccia al cielo e respiro al vento, in mezzo ai vialetti alberati che lo compongono. Strano, in verità, partire da qui. Non è l’epicentro di ciò che racconteremo. È però una sintesi di tutto, riassunta da una delle avventure più belle, più gravel, più punk del nostro mosaico. Anche se quella volta, quella notte, andavamo in cerca di una Silent Disco. Nel Parco. Nel Bosco.

Se siete confusi, ne avete tutti i motivi, ma niente paura, la magia, o forse la sana follia di quella notte vi saranno molto chiari. Nel periodo 2015 – 2019, prima del Covid, era frequente, per i cercatori di avventure musicali a due ruote come noi, imbattersi nei volantini – pardon, nei post sui social – che annunciavano lo svolgimento delle Silent Disco un po’ per tutto l’hinterland milanese.

Leggiamo bene: Silent Disco, sembra già un’emulsione verbale. Inconcepibile unire le due parole. Eppure, eravamo lì, sulla strada provinciale, in una sera del maggio 2016, diretti verso il parco delle Groane. Dove si teneva la Silent Disco organizzata, per l’appunto, dagli AUG, ovvero gli Alieni Urbani delle Groane! 

Anche qui, doverosa avvertenza: non si trattava né di un rave né tantomeno di un raduno clandestino. Parlavamo di un gruppo di ragazzi locali che, con impegno ed organizzazione, portavano questo evento nel cuore del Parco. Doverosa avvertenza numero due: per chi non lo sapesse, la Silent Disco consiste nel fornire ad ogni partecipante una cuffia sintonizzata su una delle postazioni da disc jockey presenti, in modo da offrire all’ascoltatore la possibilità di scegliere la sua ricetta musicale. Le stazioni di solito sono riconoscibili per genere: quella sera, in via molto sintetica, c’erano musica pop, rock ed alternativa. Sono riconoscibili, grazie alla tecnologia, anche cromaticamente: a seconda del colore sulla luce delle cuffie, si può capire su quale canale sia sintonizzato l’ascoltatore di turno.

E la magia è proprio qui: immaginate il Parco, nel fresco torpore di una notte di fine primavera, dove una scia di luci multicolore si muova come uno sciame di lucciole in festa, cantando, ballando, senza coordinazione alcuna ma andando a comporre, non si sa come, uno spettacolo corale suggestivo all’inverosimile. Ognuno nel suo spazio siderale. Ognuno su un pianeta disperso al di là del sistema solare.  Con questo quadro, facile capire la pertinenza del nome AUG!

Quella sera c’eravamo anche noi, giunti da Milano. Ci eravamo, a dir la verità, uniti a Senago ad un gruppo di persone che avevano stabilito di raggiungere il luogo dell’evento proprio in bicicletta. Ma appena dicemmo da dove venivamo, attirammo subito l’attenzione! Arrivati a destinazione, gli sguardi si erano già catalizzati su di noi, ormai etichettati come “quelli in bici da Milano!”. E fu una notte incredibile esattamente come le sue premesse. Ricordiamo un momento, in cui la maggior parte degli avventori era collegata alla radio rock, ed in onda c’erano i Blink 182 con All The Small Things. All’udire del ritornello, quel nàna-nanà-nanà-nanà-na-na che non ti esce più dalla testa, ci togliemmo le cuffie un istante, ascoltando le sole voci dei ragazzi, senza musica, che inondavano il Parco.

C’era un’aria frizzante, pulita, molto diversa da quella delle notti di città. C’erano i fantasmi dell’estate che emergevano timidi dall’oscurità del bosco. C’erano la gioia di un’impresa temeraria, fattasi subito ricordo indelebile. Le strette di mano, le chiacchiere, la musica, lo sdraiarsi esausti sul prato e guardare il cielo, il viaggio di ritorno, più di prima mattina che a tarda notte. Quasi cinquanta chilometri in sella in totale, per una Silent Disco fatta dagli Alieni e per gli Alieni.

Ecco cosa proviamo, mentre percorriamo le piccole strade bianche del Parco con la WG 116 G SARAWAK TIGER. Ci sembra ancora di seguirla, quella scia di luci nell’oscurità della foresta. La WG 116 G SARAWAK TIGER sembra nata per questo. Anche se oggi il sole splende, il caldo già fa capolino, lo sterrato rilascia il suo maligno alone di polvere che allontana il ricordo della rugiada notturna.  Gli alberi continuano a proteggerci dalla calura, non c’è molta gente, abbiamo libertà di manovra invidiabile. Le strade non lastricate si confondono volentieri con i singletracks più inaspettati. Non siamo del tutto ligi alla traccia, ci comportiamo come scoiattoli a piede libero nel bosco, schivando pozzanghere, cercando passaggi anche semplici ma non scontati. E ci meravigliamo una volta di più, di quanto i Tre Parchi di questa zona (Groane, Lura e della Pineta di Appiano) siano sempre il perfetto teatro di un ciclismo anche un po’ fiabesco, lontano dalla monotonia della strada, così a portata di chi abbia un po’ di passione per i copertoni tassellati e non abbia timore di lasciarsi un po’ alle spalle la città. Sono palestre accessibili a tutti, dove si impara a gestire il terreno, dove le distanze assumono altro significato, meno lineari, meno misurabili, più relative alla soddisfazione che ne traiamo. Ma dato che la matematica è ben poco opinabile, così lo sono anche i chilometri: siamo giunti nei pressi di Cantù, per la precisione nella frazione di Montesolaro, testando quindi la risposta – davvero ottima – della WG 116 G SARAWAK TIGER nella salitella necessaria a raggiungerla.

Ai più questo luogo non dirà molto, ma per noi rappresenta un’altra tappa indispensabile di questo giro: qui si trovava il Barinpiazza, e dal nome potete già capire molte cose. In quel locale ne sapevano molto di birra artigianale, ed avevano anche una certa competenza in tema di punk rock. Non pensate comunque a transenne, palchi sopraelevati e servizio di sicurezza: al Barinpiazza non c’era nessun tipo di distanza fisica tra musicisti ed ascoltatori, si suonava tra i tavoli ed il bancone. Ora, considerando che non si trattava certo di musica lounge o soft, potete ben immaginare come si concludevano quelle serate, non enormi nei numeri, questo è vero, ma dove l’energia ribolliva a fiumi. Ricordiamo un concerto degli Amnesia Momentanea, band che abbracciava parecchie influenze ska, folk, oi!,  ragazzi di simpatia impareggiabile, che prendevano più di qualcosa da gruppi come gli Skiantos e gli Uniposka, con una vena comunque tutta brianzola. Avevano quel motto dialettale, quella frase di bandiera: Mo fo a savel!, con la quale aprivano, conducevano e chiudevano ogni concerto! Ancora oggi, tra l’altro, non ne conosciamo l’esatto significato. Se mai ce ne fosse uno.

Montesolaro è lo zenith del nostro giro, il punto più a Nord; siamo usciti dal Parco delle Groane per arrivarci, vi rientriamo per dirigerci verso Seregno, la prossima tappa. Questa parte del Parco è, a nostro avviso, quella più suggestiva del viaggio, essendo oltretutto prevalentemente in discesa. I singletracks si fanno tecnici, esigenti, ma anche molto divertenti, in un confine molto sottile tra gravel e cross country puro, reso ancor più tale da improvvisi tappeti di sassi e di radici che contribuiscono a speziare il tutto.

Una ricetta veramente vincente, con la WG 116 G SARAWAK TIGER che si comporta proprio come una regina della giungla, destreggiandosi tra le asperità con eleganza e potenza. Cosa ancora più importante, si esprime in un divertimento a due passi dalle nostre città, lontano dal traffico, dalla confusione, in convivenza con la natura. È così che giungiamo, per linea direttissima, a Seregno, forse il vero cuore pulsante del nostro viaggio, e non è probabilmente un caso che uscendo dal Parco, dopo pochi chilometri di centro abitato, arriviamo al suo punto verde di riferimento.

Il Porada.

Che non è enorme, ma è l’ideale se volete dedicarvi a qualche rilassata sessione acustica con gli amici. Oppure organizzare un concerto. Nello skatepark. Ebbene successe anche questo, in una notte d’estate del lontano 2013! Suonavano, tra gli altri, gli amici Jerry Moovers, in una serata di musica e sport come poche altre ne abbiamo vissute. Passiamo vicino alle rampe e si, non neghiamo che per un momento vorremmo che la WG 116 G SARAWAK TIGER si tramutasse in una BMX, per riprovare la sensazione del park e delle – si spera non troppe – cadute che ne conseguirebbero senz’altro. Il Porada, qui, rappresenta uno di quei connubi tra sport e musica che avrebbe probabilmente potuto dare anche di più. Pensiamo sempre che la California sia possibile, anche in Brianza. Ma se parliamo di Seregno, bisogna ammetterlo: il tessuto punk rock da queste parti era spesso, consistente, compatto, negli interpreti e nei luoghi. Alcuni dei quali, per un certo periodo di tempo, sono riusciti anche ad andare oltre i confini della cittadina, e ad avere un impatto sul panorama addirittura regionale, se non qualcosa di più.

Prendiamo, ad esempio, l’Honky Tonky, che era in via Comina, uno snodo nevralgico per band e frequentatori della scena. Le interminabili partite di biliardo nella sala adiacente a quella principale fungevano da riscaldamento precedente al concerto di turno. Gli appassionati discorsi sull’ultimo disco di questa o quella band erano le lezioni scolastiche serali per molti.

Fan e musicisti insieme, in una sorta di Gilman Street brianzolo, senza voler commettere reato di lesa maestà. Tantissimi gruppi locali e non solo. Gli amici Moop, Jerry Moovers, Dirty Melody, Kantina 27, cresciuti a pane e distorsore proprio in queste zone.

Ma anche i Banner Pilot, esponenti di quell’ orgcore tipico degli anni ’10, voci rauche, look da nerd suburbani e nostalgia a palate filtrata attraverso accordi sporchi e melodie che sanno di rimpianto. Quando li vedemmo noi, suonarono francamente male, con suoni pessimi, ma pur in quel marasma riconoscemmo l’autentica crudezza melodica tipica del Midwest americano.  Od i Teenage Bottlerocket, del Wyoming, che suonano ancora oggi un cosiddetto Ramonescore ruffiano quanto volete ma irresistibile nelle linee di chitarra e nell’attitudine Skate or Die, dal titolo di uno dei loro brani più iconici.

Poi i Gerson, loro sì, milanesi, brianzoli, locali fino al midollo. E loro meritano un discorso a parte, perché erano un’altra cosa.

Il nostro gruppo preferito di quel periodo. Ce ne innamorammo subito, perché si parlava di una band pop-punk molto concreta, abrasiva, caustica, nostalgica, ma che sapeva picchiare duro all’occorrenza. Come se Bruce Springsteen avesse suonato nei Ramones, ma se tutti loro fossero nati a Monza anziché sulla East Coast. Nel 2013 li vedemmo proprio all’ Honky, nel tour promozionale al loro ultimo disco Generazione in Difficoltà. Fu un concerto intensissimo, perché i Gerson sapevano, a nostro avviso, parlare perfettamente ai reduci dell’adolescenza, mantenerne vivo lo spirito pur imparando a convivere con l’età adulta, la fine delle relazioni che si consideravano importanti, la necessità – tema mai troppo ben valutato -  di sentirsi al proprio posto. Punk che sa essere energia e narrazione, una ricetta alla quale non siamo mai stati insensibili, nel contesto che più lo valorizza. Capriole sul pubblico, sollevamenti del chitarrista durante l’assolo, cori devastanti, abbracci infiniti ma anche ascolto, immedesimazione, riflessione. L’equilibrio perfetto di ogni esperienza musicale, tra euforia collettiva ed arricchimento individuale

La parte davvero importante, quella che davvero ha lasciato una eredità inestirpabile, venne dopo qualche giorno, dopo aver comprato il disco al concerto.

Ci sono canzoni che hanno un potere raro. Sono quelle dove tutto è al posto giusto; il riff, la strofa, il ritornello, l’assolo e la conclusione. Sono quelle che, grazie a questa miracolosa chimica, riescono ad accendere una luce. A risvegliare un istinto. A farti godere ancor di più ciò che già adori fare.

Questo era Sopra Al Cielo. L’ultima canzone, dell’ultimo album di sempre dei Gerson.  Se oggi, come spesso facciamo, accendiamo ancora il giradischi della nostra mente al momento in cui ci alziamo sui pedali, per scattare e divorare la strada davanti a noi, quel brano è uno dei primi a risuonare nitido.  È come leggere una piccola avventura di viaggio, chiudendo poi il libro e partendo verso l’infinito.

I Gerson non la suonarono al concerto. Non ne fecero un videoclip. Ma se lo avessero fatto, il soggetto perfetto sarebbe di certo stato un giovane in bicicletta, a caccia dei suoi sogni. E diteci se non basterebbe già questo a sigillare quei momenti per sempre.

L’Honky Tonky, pur con la ricchezza di aneddoti e protagonisti che abbiamo descritto, aveva una propagazione, un complemento, un satellite (ricordate l’introduzione sulla Terra e sulla Luna?) nella casa Malasangre, che distava davvero a poche centinaia di metri. Per un periodo furono quasi fratelli, ma di sicuro non gemelli. L’ Honky spazioso, ormai noto, battuto anche da gruppi internazionali; la casa Malasangre più raccolta, più intima. Non durò molto, ma la memoria ci riporta a concerti sì più piccoli ma anche più allegramente feroci, più fisici, di completa simbiosi tra pubblico e musicisti. Le risate, le liti, i pianti, le riappacificazioni le potevi toccare davvero con mano. Per quel breve periodo che fu aperta, in Via S. Giovanni Bosco, ricavata a recupero di un vecchio capannone industriale, ci furono momenti di vita oltre che eventi: videoclip girati, vacanze di gruppo pianificate, sfuriate di chitarra con rotture multiple di corde e tanto, tantissimo headbanging.

A completamento di questa Seregno Punk Town, poco oltre la stazione, il motore di tutto, la Killerdogz Productions: etichetta nata, se vogliamo, dal fiorire della scena musicale che stiamo descrivendo. In studio, si registrava molto, si rideva di più, si respirava una atmosfera di divertimento e creatività anche, concedetelo, un filo “sboccata” ed “ignorante”.  Killerdogz, fatte le debite proporzioni ovviamente, era l’equivalente della Fat Wreck Chords per la Brianza: parecchi gruppi vi ruotavano intorno, per produrre album, organizzare concerti, mettere in comune risorse ed idee. Ed Ivan, il proprietario e chitarrista dei Brambillas – su di loro ci vorrebbe una storia a parte – pur non avendone la stessa fisionomia, era un po’ il Fat Mike di Seregno!

Seregno che, nel suo tessuto urbano, fa presto a farsi Desio, dove c’è ancora il Parco Tittoni e la sua villa che d’estate si presta meravigliosamente ad eventi all’aperto, come fosse stato per noi un piccolo Coachella in quegli anni, con piacevoli escursioni reggae-dub ideali per le serate di luglio leggere e mai troppo lunghe.

Il nostro gravel in queste zone si fa puro street riding, uno slalom tra le vie che ci permette anche un po’ di recuperare dopo il fuoristrada della parte iniziale. In pochi chilometri, abbiamo messo insieme i punti di un viaggio intenso, dove oggi molte cose sono scomparse, con la bicicletta abbiamo avuto il potere di rivederle, di ripercorrerle, con l’istinto ancora prima che con le mappe. La WG 116G SARAWAK TIGER è ancora salda e scattante, come fosse in cerca di un ultimo spunto su questa traccia, un ultimo ricordo forte. Noi lo sappiamo che non manca molto per trovarlo. È a pochi chilometri, imprescindibile per mantenere la traccia che abbiamo disegnato.

L’Erbamatta di Senago. Che non abbiamo mai capito se fosse una associazione giovanile od un locale vero e proprio. Che, questo invece lo abbiamo compreso solo in seguito, era imparentata con gli Alieni Urbani delle Groane. Che aveva un L’AB (scritto proprio così!), in via Risorgimento, una cosa a metà strada tra un loft ed un CBGB’s giusto meno, come dire, newyorkese anni ‘70. Che aveva ospitato alcune edizioni deliranti del Killerfest, la festa dell’etichetta Killerdogz, la cui memoria più nitida che abbiamo è qualuno che suona la chitarra accovacciato in un carrello della spesa lanciato a folle velocità tra gli spettatori.

Una situazione, lo avrete capito, completamente Do It Yourself, come del resto tutte quelle protagoniste di questa avventura. Una situazione irripetibile, tanto nei concerti elettrici quanto in quelli acustici, dove il risultato era sempre lo stesso: singalongs a piena voce e persone molto stanche a fine serata! Per fortuna, il posto era dotato di comodi divani su cui terminare le proprie fatiche!

Ripensando a quelle notti, dove forse molti di noi si sentivano nel posto giusto per la prima volta, abbiamo già imboccato il Canale Villoresi, da qui poco distante, per riportarci verso Solaro, non senza transitare di nuovo dal Parco Delle Groane. Il paesaggio si rifà familiare a quello di partenza, ritorna lo sterrato fine, ritornano l’ombra e la protezione degli alberi, che schermano la calura, diventata ormai importante, e ci avvolgono per i nostri ultimi chilometri. L’entrata del piccolo Parco della Polveriera è lì, alla fine di uno di questi sentieri, pronta a segnare la conclusione della nostra avventura. Guardiamo il contachilometri. Segna quasi 54, la metà circa di sterrato. Gli manca un numero: 12, gli anni che sono trascorsi ormai dagli eventi che abbiamo ripercorso.

Al traguardo che conclude il nostro punk gravel ad anello, cari Folkriders, ci fermiamo a riflettere, a comprendere che la scena di quegli anni era proprio come questo giro: un cerchio che si apre al momento giusto e si chiude secondo la sua durata naturale.

Non tutto, naturalmente, è stato idilliaco o perfetto.  Come spesso accade, esaurito lo spirito iniziale, attenuata la consapevolezza di far parte di qualcosa di bello, di spontaneo, la freddezza e le distanze si sono acuite, le differenze si sono pronunciate, l’entusiasmo è venuto meno.  O forse, semplicemente, siamo passati tutti alla fase successiva della nostra vita.

Vivere la scena di quegli anni, tuttavia, è stata una cavalcata necessaria, un momento in cui tutte le congiunture hanno portato ad essere presenti, in quei momenti, con quelle persone, quando tutto si allinea, quando tutto converge, quando per un attimo stai dialogando con chi parla la tua stessa lingua. Non importa per quanto tempo questo duri, l’importante è ricordarlo e portarlo con sé, perché prima o poi si cambia tracciato, le strade divergono, le ruote si portano altrove. Ma lasciano sempre una scia dietro di sé.

Una scia che si costruisce nei chilometri percorsi, negli incontri fatti, nelle istantanee che si inseguono l’una con l’altra, come nelle tappe di un viaggio, come nei capitoli di un libro. Se è avvenuto in quei luoghi, in quegli attimi, con quelle persone, ci piace pensare che doveva essere così. Che dovevamo mettere le ruote proprio lì.

Al parco delle Groane. Al Porada. All’Honky Tonky. All’Erbamatta.

O Sopra al Cielo.

 

 

 

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